L’imperfetta meraviglia

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Allora, vi elenco prima quello che non mi è piaciuto: il faccione di De Carlo che mi ritrovo lì, in tutti i suoi libri e che mi mette addosso un po’ di inquietudine, la copertina e il dato di fatto che questo sia come tanti altri suoi libri, ricalcato su dinamiche emotive molto simili che non stupiscono più come le prime volte.

Eppure. Eppure a me De Carlo piace. E anche se qualcosa mi suggerisce che c’è un granello di antipatia in lui, in alcune cose che scrive, non posso fare a meno di pensare (e lo penso tutte le volte) che le sue descrizioni psicologiche, i suoi affondi sensoriali, le sue sensazioni tattili e olfattive sono esattamente come le immagino io nella mia testa e come raramente riesco a riportare nero su bianco.

Forse è il suo immergersi nell’attualità che non mi è piaciuto granché. Almeno in questo romanzo avrei fatto a meno di richiami così puntuali alla nostra contemporaneità. In Villa Metaphora erano essenziali, necessari, insostituibili. Qui alcuni erano inutili, autoreferenziali, ancora acerbi. Diciamo che avrei preferito mantenere il testo in una realtà meno politica, solo leggermente meno coinvolta. Ma alla fine riesce sempre a farti entrare nella storia, nel momento in cui meno te lo aspetti e in cui, appunto, stava prevalendo la parte più critica.

I due protagonisti, Milena Migliari e Nick Cruickshank (chissà poi perché è così fissato con i cognomi), appartengono a due mondi completamente diversi: lei è una gelataia professionista, incantata e incantevole, immersa in una vita che ha scelto con molte difficoltà, convive con la compagna e sta per intraprendere il percorso dell’inseminazione artificiale per avere un figlio che non vuole, ma non può dirlo ad alta voce; lui è una rockstar inglese, di grande successo, appartenente ad una band che basa il proprio successo su un feeling che esisteva anni fa, ma che si è velocemente spento, forse mai esistito davvero, una vita di eccessi e due matrimoni falliti alle spalle, in procinto del terzo. Le loro esistenze procedono separate e parallele fino a quando non si uniranno in modo inatteso dando vita ad attimi di pura perfezione di intenti che creano una meraviglia imperfetta, imperfetta solo perché destinata a finire. Sarà che entrambi si sentono stretti nelle loro reciproche vite, con passioni e interessi che gli altri attorno preferiscono soffocare invece che riattivare o sostenere. Sarà che si capiscono senza bisogno di parole, sarà che sono l’uno per l’altra la risposta che cercavano alle loro domande più incalzanti. Sarà che la storia è banale, ma smette di essere banale nel momento in cui la loro coscienza è attiva e percepisce la possibile banalità dei fatti, sarà che i cliché sembrano cliché anche a loro che li stanno vivendo, il lavorio delle loro menti da solo basta a rendere dignità al libro, come in tutte le storie di De Carlo.

E alla fine la vivi quella storia, la vivi nonostante le resistenze, la vivi e vorresti assaggiare i gelati di Milena, scrutare le espressioni di Nick, vorresti vederli nella loro fisicità, vorresti vedere gli involucri di quelle anime così ben spiegate, motivate, ingrandite nei dettagli minuscoli di ciò che è normalmente taciuto.

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